Ultima Cena nell’arte: la storia di un’immagine nei secoli

Dal mosaico bizantino di Ravenna alle serigrafie pop di Warhol, l’Ultima Cena nell’arte dimostra una cosa sorprendente: ogni epoca ha sentito il bisogno di reinterpretare questa scena. Da più di mille anni pittori, mosaicisti e artisti di ogni epoca tornano a rappresentarla. Ogni volta con uno sguardo diverso, un linguaggio nuovo, una sensibilità legata al proprio tempo.

Quando si pensa all’Ultima Cena, la mente corre immediatamente al capolavoro di Leonardo da Vinci nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. Eppure quella scena è una delle immagini più raccontate della storia dell’arte. Seguire la storia dell’Ultima Cena nell’arte significa quindi attraversare secoli di cultura visiva: dai mosaici bizantini alle rivoluzioni del Trecento, fino alle interpretazioni surrealiste e pop del Novecento.

L’Ultima Cena nei mosaici bizantini di Ravenna

Ultima Cena a Sant'Apollinare Nuovo

Una delle rappresentazioni più antiche dell’Ultima Cena conservate in Europa si trova a Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, uno dei monumenti paleocristiani più importanti di Ravenna. La basilica, in origine destinata al culto ariano, fu donata dall’imperatore Giustiniano I alla Chiesa cattolica, che la riconsacrò a San Martino di Tours con il nome di San Martino in Ciel d’Oro.

Nel IX secolo avvenne un altro cambiamento importante: le reliquie del protovescovo Apollinare, conservate fino ad allora nella basilica di Basilica di Sant’Apollinare in Classe, furono trasferite qui per proteggerle dalle incursioni piratesche sulla costa ravennate. Da quel momento la chiesa assunse il nome con cui è ancora conosciuta oggi: Sant’Apollinare Nuovo.

Tra i suoi mosaici del VI secolo compare anche una sorprendente rappresentazione dell’Ultima Cena. Non aspettatevi però una scena realistica come quella di Leonardo. Qui siamo nel pieno del linguaggio simbolico bizantino. Il fondo oro cancella ogni riferimento al tempo e allo spazio, creando una dimensione completamente astratta e spirituale.

Non perderti il dipinto più famoso del mondo: l’Ultima Cena di Leonardo

Cristo appare più grande degli altri personaggi, secondo il principio delle proporzioni gerarchiche, e indossa una veste color porpora, simbolo della regalità divina. Gli apostoli sono disposti intorno alla tavola in una composizione semicircolare che ricorda quasi le carte aperte di un mazzo. Al centro della mensa spicca un grande piatto con due pesci, un simbolo cristologico molto antico: l’acrostico greco Ichthys (pesce) indicava infatti Cristo come “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Giotto e la nascita degli stati d’animo nell’Ultima Cena

Passano quasi sette secoli e l’immagine dell’Ultima Cena cambia completamente. All’inizio del Trecento l’artista che rivoluziona il modo di raccontare le storie sacre è Giotto. La sua versione dell’episodio si trova nella celebre Cappella degli Scrovegni a Padova, realizzata tra il 1303 e il 1305.

Ultima cena di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova

L’affresco fa parte del grande ciclo delle Storie della Passione di Cristo che decorano le pareti della cappella. Qui la scena non è più simbolica e astratta come nei mosaici bizantini. Giotto costruisce uno spazio reale: una stanza vista di lato, senza due pareti, che permette allo spettatore di osservare ciò che accade all’interno.

Gli apostoli sono disposti attorno alla tavola in modo ordinato e leggibile. Ma la vera novità è nei loro volti: Giotto cerca di rappresentare le reazioni emotive dei discepoli di fronte alle parole di Cristo. Tra i personaggi si distinguono due figure chiave.

Giuda Iscariota siede accanto a Gesù e indossa un mantello giallo, colore tradizionalmente associato al tradimento. Sta intingendo la mano nello stesso piatto di Cristo, proprio come racconta il Vangelo. Accanto a Gesù si trova invece Giovanni Evangelista, raffigurato mentre dorme appoggiato al petto del maestro, un dettaglio iconografico destinato a diventare tipico in molte rappresentazioni successive.

Pietro Lorenzetti e l’Ultima Cena più “quotidiana” del Medioevo

Ultima cena di Lorenzetti nella Basilica Inferiore di San Francesco di Assisi

Pochi anni dopo, un’altra interpretazione sorprendente compare nella Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi. Qui, tra il 1310 e il 1319 circa, Pietro Lorenzetti dipinge un ciclo dedicato alle Storie della Passione di Cristo, tra cui una delle più originali versioni dell’Ultima Cena medievale.

La scena si svolge all’interno di un curioso padiglione esagonale. Gli apostoli sono seduti in cerchio attorno a Gesù e la prospettiva è volutamente “ribaltata”, quasi come se lo spettatore guardasse la scena dall’alto. Il fulcro della composizione è l’intimo rapporto tra Cristo e Giovanni, che appoggia la testa sulla sua spalla. Ma il dettaglio più sorprendente si trova fuori dalla sala del banchetto.

Lorenzetti apre infatti uno scorcio su una cucina medievale: un uomo elegante, forse il padrone della locanda, parla con un servitore, invitandolo ad affrettarsi a servire i commensali. Vicino al camino un altro uomo lava i piatti, mentre un cagnolino lecca gli avanzi e un gatto dorme accanto al fuoco. È uno straordinario frammento di vita quotidiana.

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Dalì e l’Ultima Cena surrealista

Nel Novecento l’Ultima Cena continua a ispirare artisti di ogni tendenza. Tra le interpretazioni più affascinanti c’è quella realizzata nel 1955 da Salvador Dalí, oggi conservata alla National Gallery of Art. Il dipinto è conosciuto come Il sacramento dell’Ultima Cena.

Ultima cena di Salvador Dalì

Dalí parte dall’immagine celebre di Leonardo, ma la trasforma completamente. La scena non è ambientata in un cenacolo rinascimentale, bensì in uno spazio luminoso e geometrico che ricorda una struttura trasparente sospesa tra cielo e mare. Il paesaggio sullo sfondo è quello della baia di Port Lligat, il luogo dove l’artista viveva in Spagna.

La tavola è quasi vuota: solo un bicchiere di vino e una pagnotta spezzata. Gli apostoli, immersi in un’atmosfera mistica, sembrano partecipare a una sorta di rito silenzioso. Al centro Cristo appare trasfigurato e sopra di lui emerge una gigantesca figura trasparente con le braccia aperte: una visione che allude alla resurrezione e alla salvezza.

L’intera scena è racchiusa dentro un dodecaedro, una forma geometrica perfetta che per Dalí rappresentava l’armonia dell’universo. Non è più solo una narrazione evangelica: diventa una visione metafisica.

Andy Warhol e l’Ultima Cena di Leonardo

Andy Warhol, autore delle serigrafie dell'Ultima Cena

L’ultima grande reinterpretazione dell’Ultima Cena nell’arte contemporanea arriva negli anni Ottanta con Andy Warhol.

Nel 1985 il gallerista greco Alexandre Iolas gli commissiona una serie di opere dedicate al Cenacolo di Leonardo. Il progetto è pensato per uno spazio espositivo di Milano situato proprio vicino alla chiesa di Santa Maria delle Grazie. Nasce così The Last Supper, una delle serie più monumentali e complesse della carriera di Warhol.

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L’artista non copia direttamente l’opera di Leonardo. Parte invece da riproduzioni fotografiche industriali, quelle immagini stampate e vendute in milioni di copie su poster, calendari o gadget religiosi. Le ingrandisce, le trasforma in serigrafie, interviene con colori acidi e variazioni grafiche.

Il risultato è una riflessione potentissima sul modo in cui le immagini sacre circolano nella società contemporanea. Non più capolavori unici, ma icone riprodotte all’infinito. Warhol realizzò più di cento opere dedicate a questo tema tra grandi tele, ingrandimenti di dettagli e disegni. Ancora oggi è difficile stabilire con precisione quante siano. Quella dell’Ultima Cena diventerà anche l’ultima grande serie realizzata dall’artista prima della sua morte nel 1987.

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