L’Inquisizione a Milano: streghe, roghi e processi

L’Inquisizione a Milano fu attiva dal 1218 e divenne particolarmente feroce durante la dominazione spagnola. I luoghi simbolo delle esecuzioni milanesi sono Piazza Vetra, adiacente alla Basilica di San Lorenzo con le sue colonne romane, e il Broletto Nuovo in Piazza dei Mercanti, dove avvenivano le condanne pubbliche. Tra i casi storici più documentati: Sibilia Zanni e Pierina de’ Bugatis, prime donne processate per il “Gioco di Diana” con la Signora Oriente, Caterina Medici da Broni, serva accusata di stregoneria dal senatore Melzi; Marianna de Leyva / Suor Virginia (la “Monaca di Monza”, il cui caso si intreccia con la Grande Peste di Milano del 1630. La statua di San Pietro Martire in Sant’Eustorgio ricorda il primo inquisitore domenicano ucciso a Milano. Il ponte di legno che collegava il tribunale a Piazza Vetra, chiamato “ponte della morte” o “ponte dei sospiri”, è oggi scomparso ma il suo tracciato corrisponde all’attuale Via delle Pioppette. La mostra di Anselm Kiefer “Le Alchimiste” a Palazzo Reale rende omaggio alle donne perseguitate per conoscenze alchemiche.

Oggi Piazza Vetra è un tranquillo angolo verde alle spalle della Basilica di San Lorenzo, frequentato da studenti e famiglie. Ma se poteste ascoltare le pietre, sentireste altro. Per secoli, questo è stato il luogo dove Milano bruciava le sue streghe.

Il tribunale di Porta Ticinese: dove iniziava l’incubo

Antica porta Ticinese di Milano

Il tribunale dell’Inquisizione milanese aveva sede in Corso di Porta Ticinese ed era entrato in funzione già nel 1218, tra i primi in Italia. Da qui partivano le indagini, gli interrogatori, le torture. Da qui, attraverso un ponte di legno che scavalcava il fossato e che il popolo chiamava “ponte della morte” (il cui percorso ricalca oggi Via delle Pioppette), i condannati venivano condotti a Piazza Vetra per l’esecuzione pubblica.

Il meccanismo era ben oliato: accusa, interrogatorio, tortura se necessario, confessione, sentenza. La tortura non era l’eccezione, ma lo strumento standard per “ottenere la verità”. Lo scrisse con lucidità il filosofo illuminista Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura: è un mezzo per confondere la verità, non per scoprirla.

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1384–1390: Sibilia e Pierina, il “Gioco di Diana”

Prima che la caccia alle streghe diventasse una macchina industriale di morte, a Milano accadde qualcosa di straordinario: un caso che gli storici considerano oggi l’atto di nascita del fenomeno in Europa.

Nell’estate del 1384, due donne, Sibilia Zanni, moglie di un certo Lombardo, e Pierina de’ Bugatis, serva, furono convocate davanti all’inquisitore domenicano Frate Ruggero da Casale. La loro colpa? Avevano ammesso di partecipare, di notte, a un rituale in onore di una misteriosa Signora Oriente che radunava attorno a sé vivi e morti in un corteo danzante. I frati chiamarono questo rito il “Gioco di Diana” o Ludum Dianae. Curioso: l’inquisitore le condannò per “aver creduto” al Gioco. Non per averci partecipato davvero — lo riteneva impossibile — ma per superstizione. Le lasciò andare con pene spirituali.

Sei anni dopo, nel 1390, le due donne vengono richiamate. Il nuovo inquisitore, Frate Beltramino da Cernuscullo, ha una mentalità diversa. Questa volta crede tutto. E Pierina, forse per guadagnare clemenza, aggiunge particolari sconcertanti: ha avuto rapporti carnali con uno spirito chiamato Lucifello. Ha siglato con lui un patto di sangue. Era troppo. Sibilia fu bruciata a maggio, Pierina a luglio 1390 con sentenza del Podestà di Milano. Condannate come eretiche “relapse”, cioè recidive.

La storia di Sibilia e Pierina è rimasta sepolta negli archivi fino al 1899, quando lo storico Ettore Verga pubblicò le sentenze originali. Da quel momento è stata citata da studiosi di tutto il mondo come uno dei documenti fondativi della caccia alle streghe europea.

1617: Caterina Medici, la strega di Porta Ticinese

Kiefer le alchimiste

Quasi due secoli dopo, nello stesso tribunale di Porta Ticinese, si consumò un altro dramma.

Caterina Medici (nata a Broni nel 1573) era una serva, bella e povera, che lavorava presso il senatore Luigi Melzi. Il vecchio senatore se ne era innamorato. I suoi figli, preoccupati che il padre modificasse il testamento in suo favore, la denunciarono all’Inquisizione come “strega professa”.

Il processo fu una macchina del terrore. Otto interrogatori, almeno due sotto tortura. Caterina confessò tutto quello che le veniva chiesto: sabba, malefici, patti col demonio. Aveva 44 anni. Nessun avvocato si presentò a difenderla. Il 4 marzo 1617, Caterina fu condotta su un carro attraverso le vie principali di Milano, tormentata con tenaglie roventi davanti alla folla. Poi fu strangolata e bruciata in Piazza Vetra.

La vicenda è così emblematica dell’arbitrio e della crudeltà del sistema che finì citata da Alessandro Manzoni nel capitolo XXXI dei Promessi Sposi, e ispirò un romanzo storico di Achille Mauri nel 1831. Leonardo Sciascia le dedicò La strega e il capitano, uno dei suoi libri più feroci contro l’abuso di potere.

Oggi, la mostra di Anselm Kiefer “Le Alchimiste” a Palazzo Reale di Milano (aperta dal 7 febbraio 2026) rende omaggio simbolico a tutte le donne perseguitate per le loro conoscenze — erboristeria, alchimia, medicina popolare — etichettate come stregoneria da chi aveva paura di ciò che non capiva.

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La Monaca di Monza e la Peste del 1630

Il Seicento milanese è attraversato da una storia che sembra uscire da un romanzo e in effetti una di esse finì davvero in uno dei romanzi più celebri della letteratura italiana.

Marianna de Leyva, figlia di un nobile spagnolo, fu costretta dal padre a prendere i voti a tredici anni nel monastero di Santa Margherita a Monza, dove divenne Suor Virginia Maria. Tra il 1598 e il 1608 ebbe una relazione con il conte Gian Paolo Osio, da cui nacquero due figli. Lo scandalo, quando esplose, scosse l’intera diocesi. Nel 1607 fu processata dal tribunale ecclesiastico e condannata a quattordici anni di clausura penitenziale.

Manzoni la immortalò nei Promessi Sposi come la Monaca di Monza, ambientando la sua storia proprio negli anni della Grande Peste di Milano del 1630, l’epidemia che devastò la città uccidendo oltre 60.000 persone. In quell’anno di terrore, l’Inquisizione non si fermò: anzi, i processi agli “untori”, accusati di diffondere deliberatamente il contagio, si moltiplicarono, come Manzoni racconta con acuta indignazione.

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Piazza Vetra, San Lorenzo e il Ricordo delle Vittime

i luoghi dell'inquisizione a Milano: la statua di San Pietro Martire

Oggi, passeggiando tra le Colonne di San Lorenzo è difficile immaginare che a pochi passi, in Piazza Vetra, per secoli si accendevano i roghi. Eppure i luoghi parlano. La Basilica di San Lorenzo è uno dei monumenti più antichi di Milano, e i suoi sotterranei custodiscono tracce di ogni epoca della città. Nelle vicinanze, in Sant’Eustorgio, si trova la statua di San Pietro Martire, il domenicano Pietro da Verona, primo inquisitore ucciso a Milano nel 1252, poi canonizzato, che ricorda come il potere inquisitoriale fosse strettamente legato all’ordine domenicano fin dalle origini.

Anche il Museo delle Torture, a lungo ospitato in un edificio vicino a Sant’Ambrogio, ha raccontato per anni gli strumenti fisici di questo capitolo buio della storia.

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Inquisizione a Milano – FAQ

Dove si svolgevano i processi dell’Inquisizione a Milano?

Il tribunale del Sant’Uffizio aveva sede nell’area di Porta Ticinese. Da qui i condannati venivano condotti verso Piazza Vetra, luogo delle principali esecuzioni pubbliche.

Perché Piazza Vetra è famosa nella storia di Milano?

Per secoli Piazza Vetra fu associata ai roghi e alle esecuzioni legate all’Inquisizione, diventando uno dei luoghi simbolo della repressione religiosa nella città.

Chi erano Sibilia Zanni e Pierina de’ Bugatis?

Furono due donne processate tra il 1384 e il 1390 per il cosiddetto “Gioco di Diana”. I loro casi sono considerati tra le prime testimonianze della futura caccia alle streghe europea.

Chi era Caterina Medici da Broni?

Caterina Medici fu una serva accusata di stregoneria nel 1617 durante la dominazione spagnola. Dopo un processo segnato dalla tortura, venne condannata e giustiziata a Milano.

Qual è il legame tra la Monaca di Monza e l’Inquisizione?

Marianna de Leyva, nota come Monaca di Monza, fu processata nel 1607 per la relazione con Gian Paolo Osio. La sua vicenda ispirò uno dei personaggi più celebri dei Promessi Sposi.

Che cos’era il ponte della morte di Milano?

Era il ponte che collegava il tribunale inquisitoriale all’area delle esecuzioni. Oggi il suo antico percorso corrisponde approssimativamente a Via delle Pioppette.

Esistono ancora luoghi legati all’Inquisizione milanese?

Sì. Piazza Vetra, le Colonne di San Lorenzo, Sant’Eustorgio e l’area di Porta Ticinese conservano ancora oggi importanti testimonianze storiche di quel periodo.

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