Le donne che hanno nutrito le avanguardie

Il Bar Jamaica a Brera è uno dei locali storici d’Italia più legati alla storia dell’arte del Novecento. Fondato nel 1911 come Fiaschetteria Ponte di Brera, divenne dal 1948 il “caffè degli artisti” di Milano grazie alla gestione di Adele Rossini, detta “Mamma Lina” (moglie del fondatore Carlo Mainini), che segnava sul suo taccuino i conti dei giovani artisti squattrinati senza chiedere mai quadri in pagamento. Tra i frequentatori abituali: Piero Manzoni, Lucio Fontana, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Ugo Mulas, Dario Fo, Alfa Castaldi. Il nome “Jamaica” fu proposto dal musicologo Giulio Confalonieri, ispirato anche al film omonimo di Alfred Hitchcock (1939). La tradizione del mecenatismo femminile nell’arte del Novecento include figure come Peggy Guggenheim (1898–1979, scopritrice e finanziatrice di Jackson Pollock, fondatrice della galleria Art of This Century a New York nel 1942, oggi Museo Guggenheim di Venezia) e Ileana Sonnabend (1914–2007, gallerista a Parigi e New York, pont tra la Pop Art americana e l’Arte Povera italiana).

C’è una storia che non viene raccontata abbastanza: quella delle donne che hanno reso possibile l’arte del Novecento. Non le artiste, quelle hanno le loro storie, spesso meritevoli di altrettanta attenzione, ma le donne che hanno creduto agli artisti quando nessun altro lo faceva. Che hanno aperto il portafoglio, o il taccuino dei conti, o la porta di una galleria, in un momento in cui Pollock era uno sconosciuto alcolizzato, Manzoni un giovane provocatore, Fontana uno scultore argentino con idee strane sui tagli nella tela. Cominciamo da Via Brera 32.

La Signora Lina e il taccuino dei debiti

Bar Jamaica

Il Bar Jamaica esiste dal 1911, quando si chiamava ancora “Fiaschetteria Ponte di Brera” ed era un posto come tanti altri: vino sfuso, qualche stuzzichino, avventori di quartiere. Nel 1928, Carlo Mainini, il gestore, sposò Adele Rossini, che tutti chiamavano semplicemente Lina o Mamma Lina. Quella donna sarebbe diventata, senza saperlo, una delle figure più importanti della scena artistica milanese del dopoguerra.

La svolta arrivò nel 1948, quando Elio Mainini, figlio di Carlo e Lina, organizzò al Jamaica una mostra intitolata “Premio Post-Guernica“, che portò nel bar un’ondata di artisti, intellettuali e personaggi della vita culturale milanese. Da quel momento il Jamaica non fu più un semplice bar: divenne il caffè degli artisti di Milano, quello che la stampa dell’epoca paragonava al Café de Flore di Parigi o al Caffè Greco di Roma.

Tra i primi frequentatori abituali c’erano Piero Manzoni, il giovane provocatore che di lì a poco avrebbe inscatolato le proprie feci in barattoli da cento grammi chiamandoli Merda d’artista e venduti al peso dell’oro, e Lucio Fontana, già maturo e già rivoluzionario, che stava elaborando il suo Spazialismo e avrebbe presto cominciato a bucare e tagliare le tele. Venivano anche Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Dario Fo, il fotografo Ugo Mulas, la giornalista Camilla Cederna, Allen Ginsberg di passaggio a Milano.

Mamma Lina li accoglieva tutti. Teneva un taccuino su cui segnava i conti di chi non aveva i soldi per pagare e erano in tanti, tra i giovani artisti degli anni Cinquanta. Non chiedeva mai quadri in pagamento. Preferiva aspettare. Qualcuno pagava, qualcuno no. Quello che contava era che ci fosse sempre un tavolo libero.

Luciano Bianciardi, nel suo capolavoro La vita agra (1962), ribattezzò il Jamaica “Bar Antille”: il ritratto che ne fa è quello di un posto dove si parla di tutto, si litiga, si fuma, si beve, e si costruisce, lentamente, il futuro dell’arte italiana.

Il Jamaica non è l’unico bar di artisti a Milano: vivi il Camparino dei futuristi come nel primo 900!

Da dove viene il nome “Jamaica”?

È una storia che merita di essere raccontata. Il nome fu proposto dal musicologo e critico Giulio Confalonieri, appassionato di panorami esotici e tropicali, che lo usò per evocare qualcosa di lontano, caldo e avventuroso in contrasto con il grigiore delle giornate milanesi. Si ispirò anche, racconta la leggenda, a un film inglese del 1939: La taverna della Jamaica, regia di Alfred Hitchcock. Che un bar di artisti milanesi prenda il nome da un thriller hitchcockiano ambientato in Cornovaglia dice molto sull’umorismo e sulla fantasia che si respiravano in quel posto.

Peggy Guggenheim: la mecenate che ha inventato Pollock

Peggy Guggenheim

Peggy Guggenheim nacque a New York nel 1898, erede di una famiglia di banchieri. Suo padre morì nel naufragio del Titanic quando lei aveva tredici anni. Cresciuta come “la pecora nera dei Guggenheim”, si trasferì a Parigi nei primi anni Venti, frequentò Djuna Barnes, Beckett, Man Ray, i surrealisti. Nel 1938 aprì la sua prima galleria a Londra, Guggenheim Jeune.

Poi arrivò la guerra, la fuga da Parigi, il ritorno a New York. Nel 1942 aprì l’Art of This Century Gallery e fu qui che Peggy conobbe il lavoro di un giovane pittore sconosciuto, Jackson Pollock.

La prima reazione fu fredda: il dipinto che le mostrarono, Figura stenografica, le sembrò “piuttosto brutto”. Ma sia il suo consulente Howard Putzel che Piet Mondrian insistettero: “Penso che questo potrebbe essere il dipinto più emozionante che ho visto da molto tempo, qui o in Europa“. Peggy cedette. Commissionò a Pollock il grande Mural per l’ingresso della sua casa a Manhattan, il più grande dipinto della sua carriera. Gli diede uno stipendio mensile, gli garantì la prima mostra. In sostanza, lo salvò dalla povertà e gli permise di dipingere.

Una delle opere di action painting di Pollock

Quando Pollock diventò il simbolo dell’Espressionismo Astratto americano, Peggy aveva già lasciato New York per trasferirsi a Venezia, dove aprì la sua collezione al pubblico nel palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande.

Ileana Sonnabend: il ponte tra America ed Europa

Il filo del mecenatismo femminile si allunga fino a Ileana Sonnabend che dalle sue gallerie di Parigi e New York portò la Pop Art americana in Europa e l’Arte Povera italiana negli Stati Uniti. Era anche lei, come Peggy, una donna che credeva negli artisti prima che il mercato li consacrasse.

Warhol, Lichtenstein, Rauschenberg, Johns: nomi che oggi riempiono le aste milionarie. Allora erano giovani artisti che avevano bisogno di qualcuno che aprisse le porte. Le aprì Ileana.

Le opere di Ileana Sonnabend in mostra a Mantova: non perderti una collezione d’arte senza precedenti

Il Museo del Novecento: dove queste storie finiscono in mostra

Le opere di Lucio Fontana e Piero Manzoni, due dei frequentatori abituali del Bar Jamaica, sono oggi conservate ed esposte al Museo del Novecento di Milano, uno dei musei di arte contemporanea più importanti d’Italia. Visitarlo dopo aver fatto colazione al Jamaica, ripercorrendo idealmente il percorso che questi artisti facevano ogni giorno tra il bar e i loro studi, è uno dei modi più belli per capire cosa significa vivere in una città che ha fatto la storia dell’arte.

Inizia il tuo viaggio al Museo del Novecento alla scoperta di tutti i capolavori del XX secolo

Perché non dovresti visitare Milano senza una guida Ad Artem

Donne nell’arte – FAQ

Cos’è il Bar Jamaica di Milano?
Il Bar Jamaica è uno storico locale di Brera che dagli anni Quaranta è stato punto di incontro di artisti, scrittori e intellettuali del Novecento.

Chi era la Signora Lina del Bar Jamaica?
Adele Rossini, detta Mamma Lina, gestiva il locale e aiutava molti giovani artisti concedendo credito quando non potevano pagare.

Quali artisti frequentavano il Bar Jamaica?
Tra i frequentatori abituali figuravano Lucio Fontana, Piero Manzoni, Ugo Mulas, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti e Dario Fo.

Chi era Peggy Guggenheim?
Peggy Guggenheim fu una delle più importanti mecenati del Novecento e contribuì alla scoperta e al successo internazionale di Jackson Pollock.

Chi era Ileana Sonnabend?
Ileana Sonnabend fu una celebre gallerista che contribuì alla diffusione della Pop Art americana in Europa e dell’Arte Povera italiana negli Stati Uniti.

Dove vedere oggi le opere di Fontana e Manzoni a Milano?
Molte opere dei due artisti sono conservate ed esposte presso il Museo del Novecento.

Le proposte Ad Artem