Entrare nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie significa trovarsi davanti a una delle immagini più celebri della storia dell’arte: l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Un dipinto monumentale, lungo circa nove metri, che occupa l’intera parete settentrionale della sala dove, per secoli, i frati domenicani si sono riuniti per mangiare, pregare e meditare durante i pasti.
Ancora oggi, chi entra in questo spazio percepisce la straordinaria forza narrativa della scena: la tavola apparecchiata, gli apostoli colti nel pieno di una reazione emotiva, e al centro la figura di Cristo, silenziosa e immobile. Leonardo non ha semplicemente rappresentato un episodio del Vangelo. Ha fermato nel tempo un istante carico di tensione e di significato: il momento in cui Gesù annuncia ai suoi discepoli che uno di loro lo tradirà.
Il racconto evangelico dell’Ultima Cena
L’episodio dell’Ultima Cena appartiene alla Passione di Cristo e si svolge la sera del giovedì, poco prima dell’arresto di Gesù. Il racconto è tramandato da tutti e quattro i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, ma compare anche nella Prima lettera ai Corinzi di Paolo, che costituisce la testimonianza più antica dell’evento.
Secondo i Vangeli, in occasione della Pasqua ebraica, Gesù si riunì con i suoi apostoli in una grande sala al piano superiore di una casa. Marco descrive questo luogo come «una grande sala ammobiliata e pronta». Nel testo latino del Nuovo Testamento questo ambiente è chiamato coenaculum, cui deriva il termine cenacolo. Nelle abitazioni mediterranee dell’epoca il coenaculum era uno spazio utilizzato per conservare le derrate alimentari o per accogliere ospiti durante occasioni particolari.
Durante quella cena avvenne uno degli episodi più drammatici del racconto evangelico: Gesù rivelò agli apostoli che uno di loro lo avrebbe tradito. Ed è proprio questo momento che Leonardo decide di rappresentare.
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Milano nel Quattrocento: la corte di Ludovico il Moro
Per comprendere la nascita dell’Ultima Cena bisogna immaginare la Milano rinascimentale alla fine del Quattrocento. Il duca Ludovico Sforza, detto il Moro, aveva trasformato la città in una corte vivace e raffinata, frequentata da artisti, letterati e musicisti.


Tra il 1478 e il 1482 giunsero alla corte di Milano due figure destinate a lasciare un segno profondo nella storia dell’arte italiana: Donato Bramante e Leonardo da Vinci, giunto da Firenze. Leonardo si presentò al duca con una lunga lettera nella quale elencava le proprie competenze: pittore, certo, ma anche ingegnere militare, architetto, musicista e inventore. Rimase alla corte sforzesca fino al 1499, lavorando come artista, progettista e autore di spettacolari scenografie per feste e celebrazioni di corte.
Negli ultimi anni del secolo Ludovico decise di trasformare Santa Maria delle Grazie in un luogo destinato a celebrare il proprio potere e a ospitare il mausoleo della famiglia Sforza. Per questo finanziò importanti interventi nel complesso: affidò a Bramante la ristrutturazione della tribuna della chiesa e commissionò a Leonardo la decorazione del refettorio del convento, chiedendogli di raffigurare l’episodio evangelico dell’ultima cena di Cristo con i dodici apostoli.
L’Ultima cena di Leonardo

L’Ultima Cena fu realizzata tra il 1494 e il 1498 sulla parete nord del refettorio. Leonardo immaginò la scena come il naturale proseguimento dello spazio reale della sala. I frati, seduti ai tavoli durante i pasti, avevano l’impressione che la stanza continuasse oltre la parete, dove Cristo e gli apostoli erano riuniti attorno alla tavola.
La composizione dell’Ultima Cena è dominata dalla figura di Gesù, collocata al centro del dipinto e isolata rispetto agli altri personaggi. Gli apostoli sono disposti in quattro gruppi da tre: due alla sinistra e due alla destra di Cristo: una disposizione che crea un ritmo visivo che guida lo sguardo dell’osservatore lungo tutta la scena.
Ma la vera novità del dipinto non è soltanto nella composizione. È nella dimensione emotiva. Leonardo, infatti, rappresenta gli apostoli nel momento immediatamente successivo all’annuncio del tradimento.
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La scena è attraversata da una tensione silenziosa: gesti, sguardi e movimenti esprimono sorpresa, incredulità, turbamento. Questa capacità di rappresentare gli stati interiori dei personaggi era definita nel Rinascimento con l’espressione “moti dell’animo”, formula ripresa dagli scritti dell’umanista Leon Battista Alberti, che aveva teorizzato l’importanza di rendere le figure pittoriche vive e capaci di comunicare emozioni.
Nell’Ultima Cena questa idea trova una realizzazione straordinaria. Ogni apostolo reagisce in modo diverso alla notizia: c’è chi si alza, chi si volta verso il vicino, chi si ritrae incredulo. L’atmosfera di stupore che percorre il gruppo è immediatamente percepibile e rappresenta una delle principali innovazioni del dipinto rispetto alle numerose rappresentazioni dello stesso soggetto realizzate nel corso del Quattrocento.
Il caso di Giuda: una scelta iconografica rivoluzionaria
Anche la figura di Giuda Iscariota rivela l’originalità dell’invenzione di Leonardo. Nelle rappresentazioni quattrocentesche dell’Ultima Cena, infatti, Giuda era quasi sempre isolato dagli altri apostoli e collocato sul lato opposto della tavola, in modo da essere immediatamente riconoscibile.

Leonardo rompe con questa tradizione. Tutti i personaggi siedono sullo stesso lato del tavolo e Giuda è inserito tra gli altri apostoli. Lo spettatore lo individua solo osservando attentamente la scena. Un indizio è il piccolo sacchetto dei denari che stringe in mano, simbolo della ricompensa ricevuta per il tradimento. Un altro elemento è il suo aspetto meno armonioso rispetto agli altri.
Questa scelta riflette una concezione diffusa per secoli, quella della fisiognomica, secondo cui l’aspetto esteriore sarebbe lo specchio dell’animo umano. Gli antichi Greci riassumevano questo principio nell’espressione kalos kai agathos: ciò che è bello è anche buono, mentre ciò che è brutto rivela una natura moralmente negativa.
Una tecnica sperimentale e fragile
Nonostante la grandezza dell’opera, l’Ultima Cena è sempre stata un dipinto estremamente delicato. L’esecuzione dell’opera rivela una scelta tecnica insolita. Leonardo, infatti, non utilizzò la tradizionale tecnica dell’affresco, che prevede la stesura dei colori sull’intonaco ancora umido, ma preferì dipingere “a secco”, applicando i pigmenti su uno strato preparatorio bianco steso sulla parete già asciutta.
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Questo metodo gli permetteva di lavorare con maggiore lentezza, ritornando più volte sulle figure per perfezionare dettagli e espressioni. Tuttavia proprio questa tecnica rese il dipinto particolarmente fragile: i colori non penetrano nell’intonaco, ma restano sovrapposti alla parete, risultando quindi molto più vulnerabili. A ciò si aggiunsero condizioni ambientali non favorevoli, che provocarono già pochi anni dopo la realizzazione cadute di colore e fenomeni di deterioramento.
L’altra parete del refettorio: la Crocifissione di Montorfano

La parete opposta del refettorio ospita un’altra grande scena pittorica: la Crocifissione del pittore lombardo Giovanni Donato Montorfano. A differenza dell’Ultima Cena, questo dipinto fu realizzato con la tecnica dell’affresco e si è conservato molto meglio nel tempo.
La composizione rappresenta il Calvario: le tre croci dividono lo spazio e introducono lo spettatore nella scena della crocifissione. Sullo sfondo compare una città che allude a Gerusalemme. Dopo che Montorfano completò il dipinto, probabilmente fu Leonardo ad aggiungere nella parte inferiore i ritratti della famiglia ducale: Ludovico Sforza con il figlio Ercole Massimiliano Sforza, e dall’altra parte la moglie Beatrice d’Este con il figlio Francesco Sforza II.
Vedere l’Ultima Cena oggi
Oggi l’Ultima Cena è uno dei capolavori più visitati al mondo. Tuttavia, l’accesso al refettorio è necessariamente limitato per proteggere il dipinto, e i biglietti per la visita tendono a esaurirsi con largo anticipo.
Per questo motivo molti visitatori pensano che, alla fine, l’Ultima Cena sia inaccessibile. Ma c’è da attendere il click day, quando vengono messi in vendita i biglietti per i mesi successivi – nel prossimo periodo quelli per maggio, giugno e luglio.
Esiste però anche una possibilità meno conosciuta: ogni mercoledì alle ore 12.00 vengono messi in vendita i biglietti rimasti invenduti per la settimana successiva. Una piccola occasione che talvolta permette di trovare posti anche all’ultimo momento.
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