«Ei fu»: il 5 maggio di Manzoni

“Ei fu siccome immobile” è l’incipit de Il cinque maggio, ode scritta da Alessandro Manzoni tra il 18 e il 20 luglio 1821, in soli tre giorni, nella villa di Brusuglio (vicino Milano), alla notizia della morte di Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 maggio 1821 sull’isola di Sant’Elena. Il tema centrale è la caducità della gloria terrena contrapposta alla redenzione attraverso la fede cristiana. Il componimento fu censurato dagli austriaci e pubblicato in Italia solo nel 1823; fu tradotto in tedesco da Goethe nel 1822. Oltre ai Promessi Sposi, Manzoni scrisse gli Inni Sacri, le tragedie Il Conte di Carmagnola e Adelchi, e odi civili come Marzo 1821. La Casa di Manzoni si trova a Milano ed è oggi un museo visitabile.

Due parole. Solo due. Eppure bastano a far scattare qualcosa nella mente di chiunque abbia studiato italiano: “Ei fu”. Se le hai sentite almeno una volta nella vita, sai già di cosa stiamo parlando. Se invece ti sei sempre chiesto chi ha scritto “Ei fu siccome immobile” e cosa significa davvero, sei nel posto giusto. Preparati: la storia dietro queste due sillabe è decisamente più appassionante di quanto ricordi dal libro di testo.

Chi ha scritto “Ei fu siccome immobile”?

ritratto manzoni

“Ei fu siccome immobile, dato il mortal sospiro“: è l’incipit de Il cinque maggio, una delle odi più celebri della letteratura italiana, scritta da Alessandro Manzoni nel luglio del 1821. Non il 5 maggio, attenzione, quella è la data della morte di Napoleone Bonaparte, a cui la poesia è dedicata. Manzoni la compose qualche settimana dopo, quando apprese la notizia.

Cosa ha scritto Manzoni oltre ai Promessi Sposi?

Se pensi che Manzoni si sia limitato a scrivere I Promessi Sposi, sei in buona compagnia, ma ti stai perdendo una parte enorme del suo genio. Alessandro Manzoni (Milano, 1785 – 1873) fu poeta, drammaturgo e teorico della lingua prima ancora che romanziere. Tra le sue opere principali troviamo gli Inni Sacri (componimenti religiosi di grande intensità), le tragedie Il Conte di Carmagnola e Adelchi, e una serie di odi civili tra cui spicca proprio Il cinque maggio. La sua battaglia per una lingua italiana unitaria e comprensibile a tutti, quella che lo portò a “sciacquare i panni in Arno” a Firenze, fu poi alla base dell’unificazione linguistica del Paese. Insomma: senza Manzoni, forse parleremmo tutti un po’ diversamente.

La storia del 5 maggio: come nacque l’ode

Targa Casa Manzoni

Era il 17 luglio 1821. Alessandro Manzoni si trovava nella sua villa di Brusuglio, vicino Milano, dove trascorreva le estati con la famiglia. Stava passeggiando in giardino con la madre Giulia e la moglie Enrichetta quando il fattore arrivò con la Gazzetta di Milano del giorno prima. La notizia era enorme: Napoleone Bonaparte era morto il 5 maggio sull’isola di Sant’Elena, dove era esiliato da sei anni.

Manzoni rimase folgorato. Cominciò a recitare a voce alta dei versi di Vincenzo Monti dedicati a Napoleone, poi disse: “Voglio scrivere anch’io dei versi intorno a Napoleone”. Rientrò in casa. Suo figlio Pietro, che allora aveva otto anni, ricordò per tutta la vita come il padre sembrasse “esaltato e quasi fuori di sé”. La madre Enrichetta capì subito la gravità del momento e allontanò i bambini: “Lasciate stare il papà, che ha tanto da fare”. Poi si sedette al pianoforte per due giorni consecutivi, suonando piano per tenere vivo l’entusiasmo del marito senza disturbarlo.

Il risultato fu un’ode di 108 versi, composta in soli tre giorni (18-20 luglio 1821). Un record straordinario per Manzoni, noto per il suo temperamento riflessivo e lento.

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Perché l’ode si chiama “Il cinque maggio”?

Napoleone

Il titolo 5 maggio non si riferisce alla data in cui Manzoni scrisse l’ode, ma al giorno in cui Napoleone morì: il 5 maggio 1821. È un titolo asciutto, quasi telegrafico, come un’epigrafe, che rispecchia perfettamente l’incipit fulminante: “Ei fu”. Lui fu. È tutto detto.

L’uso del pronome “Ei” al posto di “Napoleone” è una scelta stilistica precisa: il nome non serve, perché quell’uomo era talmente famoso, talmente grande, da non aver bisogno di presentazioni. Basta un pronome. E il passato remoto fu suona come un colpo di maglio: è finita.

Di cosa parla il 5 maggio? La poesia spiegata in parole semplici

L’ode si divide idealmente in tre parti. Nella prima, Manzoni descrive lo stupore del mondo intero di fronte alla morte di Napoleone: la terra è “percossa, attonita” come un essere vivente che non riesce a realizzare l’accaduto. Nessuno sa quando vedrà di nuovo un uomo simile.

Nella seconda, il poeta rievoca la parabola umana dell’imperatore: le vittorie fulminee “dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”, le sconfitte, le cadute, il ritorno trionfante durante i Cento Giorni, la sconfitta definitiva a Waterloo, l’esilio. Ma poi si ferma e pone una domanda che vale come una pugnalata: “Fu vera gloria?”. Manzoni non risponde. Lascia la sentenza ai posteri.

La terza parte è quella più personale e religiosa. Manzoni immagina Napoleone sull’isola di Sant’Elena, solo, oppresso dal peso dei ricordi, incapace persino di mettere per iscritto la sua storia. E poi la svolta. Il poeta ipotizza che l’imperatore, nel dolore dell’esilio, si sia convertito, abbia chinato la sua superbia “al disonor del Golgota”, abbia trovato conforto nella fede. E qui Manzoni introduce il tema che gli è più caro: non sono le conquiste militari a redimere un uomo, ma la grazia divina.

L’ode ebbe un successo immediato e clamoroso, nonostante la censura austriaca che ne impedì la pubblicazione in Italia fino al 1823. In Germania e Francia circolò prima, in copie manoscritte. E tra i primissimi lettori ci fu niente meno che Johann Wolfgang von Goethe, che la tradusse in tedesco nel 1822 e la pubblicò sulla rivista Über Kunst und Altertum col titolo “Der fünfte Mai”. Una traduzione, un riconoscimento: per un autore italiano ottenere l’ammirazione di Goethe era come vincere il premio Nobel dell’epoca.

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Il 5 maggio e Milano: un’ode nata qui vicino

Brusuglio, dove Manzoni scrisse l’ode, è oggi un piccolo borgo nel Comune di Cormano, a pochi chilometri da Milano. Ma il cuore milanese del poeta è tutto in un altro indirizzo: via Gerolamo Morone 1, nel centro storico della città, dove Manzoni visse per circa sessant’anni e dove scrisse I Promessi Sposi. Quella casa è oggi il Museo Manzoniano, visitabile e bellissimo.

Se il 5 maggio (o qualsiasi altro giorno) ti viene voglia di camminare nei luoghi dove Manzoni visse, amò, scrisse e pregò, Milano ti aspetta. E con una guida esperta al tuo fianco, quei luoghi smettono di essere sfondi e diventano storie vive.

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FAQ – Il cinque maggio

Chi ha scritto “Ei fu siccome immobile”?

Il celebre verso è di Alessandro Manzoni, autore dell’ode Il cinque maggio.

Quando è stato scritto Il cinque maggio?

Manzoni compose l’ode tra il 18 e il 20 luglio 1821, in soli tre giorni.

A chi è dedicato Il cinque maggio?

La poesia è dedicata a Napoleone Bonaparte, morto il 5 maggio 1821.

Cosa significa “Ei fu”?

Significa “egli fu”: indica la fine improvvisa e definitiva della vita di Napoleone, con un tono solenne e universale.

Di cosa parla Il cinque maggio?

L’ode riflette sulla vita, la gloria e la caduta di Napoleone, mettendo in contrasto il successo terreno con la redenzione spirituale.

Qual è il messaggio del 5 maggio?

Manzoni suggerisce che la vera grandezza non è nella gloria militare, ma nella fede e nella possibilità di redenzione.

Dove è stato scritto Il cinque maggio?

Fu scritto nella villa di Brusuglio, vicino a Milano.

Chi tradusse Il cinque maggio in tedesco?

L’opera fu tradotta da Johann Wolfgang von Goethe nel 1822.

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